domenica 28 luglio 2013

La pittura è poesia silenziosa e la poesia è pittura che parla.



 Nel primo secolo avanti Cristo, quando scrisse una delle sue massime più intriganti - Ut pictura poesis, la poesia è come la pittura -, il poeta latino Orazio non poteva immaginare che quelle sue parole avrebbero costituito, venti secoli dopo, la base per una discussione ancora aperta sul rapporto specifico tra poesia e arti visive e, più in generale, tra linguaggi verbali e comunicazione mediatica. Ciò che voleva dire Orazio era in un certo senso condivisibile anche dagli uomini della sua epoca, giacché un buon poeta riesce a dare concretezza alle cose attraverso quell'astrazione verbale che dalle cose è apparentemente distante, così come un buon pittore può esprimere con i suoi mezzi quell'aura concettuale che sembra più connaturata alle qualità della parola.
Tra poesia e arti visive, almeno nella tradizione occidentale, rimane sempre, e comunque, un certo distacco drammatico che, tra una pennellata e l'altra, porterà Michelangelo a scaricare le tensioni della Sistina scrivendo i suoi sonetti a margine di abbozzi e disegni.
E, d'altro canto, anche davanti a prove così potenti, non verrà mai meno il pregiudizio del Foscolo, secondo cui soltanto il poeta è dotato di immaginazione creativa, mentre il pittore o lo scultore dovranno accontentarsi di una capacità imitativa che al massimo consente loro di copiare il mondo, mai di crearlo. Come dire che il Giudizio michelangiolesco è condannato a non raggiungere le vette o gli abissi dell'Inferno dantesco. Sciocchezze umanistiche, ma sciocchezze.
Se nonché tra Otto e Novecento - con la rivoluzione semiologica del cinema e dei fumetti, e via via degli altri media, dove i codici della comunicazione si fondono e si confondono - accade ciò che nessuno aveva previsto: si comincia a intravedere una debolezza della parola là dove un tempo se ne contemplava la presunzione e l'arroganza. Anche i poeti sono chiamati a dubitare del loro strumento privilegiato, che è appunto il verbum, la sostanza del dire e del vivere.
Non si tratta, tuttavia, di un percorso a senso unico, infatti gli artisti concettuali di più stretta osservanza, costruiranno le loro opere principalmente con le parole, abolendo tutto ciò che sa di pittura.
È in questa ottica che va esaminato il cammino di un poeta-cineasta e eretico come Pasolini, il quale - forse per odio verso le neoavanguardie - alla fine scavalcherà pittura e poesia per consegnarsi al cinema. Indubbiamente la più visiva di tutte le arti, grazie alla quale, non si sa mai dove finisce la parola e dove comincia l'immagine.
Ciò non toglie che pittura e poesia non possono e non devono essere considerate realtà distinte non comunicanti tra loro, ma si può senza dubbio affermare che “La pittura rappresenta al senso con piú verità e certezza le opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere rappresentano con piú verità le parole al senso, che non fa la pittura” (Leonardo Da Vinci).