sabato 1 giugno 2013

Mo Cuishle


Per non trarre in inganno il lettore avviso subito che il titolo non è attinente al contenuto dell’articolo, ma desideravo che fosse questo, mi sono preso una piccola licenza poetica. 
Martedì scorso, di pomeriggio, alla manifestazione “Pazzielle” incontravo l’editrice de La Nuova Gazzetta di Gaeta e una volta appreso l’argomento del nuovo numero in uscita - la poesia - dichiaravo che avrei dedicato il mio articolo a un poeta sconosciuto ai più!
Beh nella vita di ognuno di noi succedono tante cose che poi fanno cambiare idea e proprio quella sera appariva sulla mia mail di Facebook la poesia di Pablo Neruda “Il tuo sorriso” a me dedicata da una persona speciale.
Molti di voi la conosceranno e per coloro che non la conoscono vi invito a leggerla lasciandosi travolgere dalla sua bellezza.
Personalmente quando leggo le poesie di Pablo Neruda mi torna alla mente una scena di un indimenticabile film di Troisi Il postino in cui il protagonista si rivolge proprio a Don Pablo dicendogli “La poesia non è di chi la scrive … è di chi GLI serve!!!”
In effetti è proprio così! Ognuno di noi nei momenti felici e in quelli tristi ha bisogno di “servirsi” dei versi che più lo rappresentano e divulgandone il messaggio, rende quella poesia eterna.
Alcuni più spregiudicati, ma encomiabili, si cimentano nell’arte poetica cercando di trovare tra un coacervo di parole quelle più idonee a dar vita alle loro emozioni e ai loro sentimenti.
Credo che non esista tempo sprecato per chi vuole mettere in versi i propri pensieri, ma permettetemi di riportarvi validi consigli per scrivere una poesia in modo adeguato:
    
“Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni.
Scrivete su un altro argomento, che ne so sul mare, sul vento, un termosifone, un tram in ritardo.
Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu …
Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto, morto tutto è!
Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto.
Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria.
Siate tristi e taciturni con esuberanza.
Fate soffiare in faccia alla gente la felicità …
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici.
Dovete patire, stare male, soffrire.
Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre …
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo …
Questa è la bellezza come questi versi qua che voglio che rimangano scritti qui per sempre!
Forza, cancellate tutto che dobbiamo cominciare, la lezione è finita!
Ciao ragazzi ci vediamo giovedì, venerdì!
Ciao” (Roberto Benigni)



Un déjà vu: la crisi della poesia in Francia durante il secolo dei Lum


Si è sempre pensato che il Settecento, in particolar modo la seconda meta del secolo, fosse priva di poesia. Dominata dalla razionalità scientifica degli Illuministi, la produzione scritta era sostanzialmente redatta in prosa. Alcuni autori avevano perfino auspicato la fine dell’arte poetica poiché la prosa restava più adatta alla diffusione delle idee che portarono alla Rivoluzione. Tuttavia in questo panorama letterario estremamente legato al difficile contesto socio-politico del momento, spuntano alcuni titoli di poemi; uno fra tanti Les jardins ou l’art d’embellir les paysages. Si tratta di un poema didattico-descrittivo con chiare tendenze neoclassiche poiché affianco alle opere in prosa di stampo filosofico, si sviluppa un filone poetico nel quale gli autori erano i paladini dell’esaltazione del mondo classico. Virgilio, Orazio, Ovidio erano gli autori antichi più letti e ripresi. La poesia non muore dunque ma vede fiorire generi quasi dimenticati o utilizzati nei secoli passati; è il caso del genere didattico-descrittivo. Si tratta di un genere che aveva lo scopo di insegnare qualcosa al lettore e fu usato in campi scientifici anche nel XVII secolo. Non solo, la poesia, portatrice di significati nascosti, si addentra in sfere della società meno conosciute, esplora argomenti meno trattati in precedenza come, appunto, l’arte di allestire i giardini. E non è un caso forse: in fondo, il giardino è un luogo di riflessione, laddove il poeta si ferma a pensare e a sognare. Per lo stesso Romanticismo, la Natura sarà di vitale importanza per il poeta romantico che la considererà addirittura la sua migliore amica, la sua confidente più cara. Il giardino inoltre, specialmente quello all’inglese, sarà anche esso un elemento che riconduce all’antichità romana poiché il giardino è l’emblema del divenire, una mutazione continua, una trasformazione … una metamorfosi, come quelle cantate da Ovidio. Jacques Delille redige il suo poema, con il buon auspicio del Conte di Artois, Les Jardins ou l’art d’embellir les paysages. Il componimento piace così tanto che viene addirittura tradotto da A. F. Voejkov, poeta russo che cura una traduzione rivisitata dell’opera francese.

Punto di storia – il Conte De Ligne

Il Principe de Ligne era un importante scrittore belga, militare e commediografo vissuto tra il 1735 e il 1814. Fu noto al pubblico sostanzialmente grazie alla sua opera intitolata Mélanges sull’arte della guerra redatta in 34 volumi. Partecipò alla Guerra dei Sette anni, schierato nell’esercito austriaco distinguendosi per il suo valore militare. La nobile famiglia De Ligne è sempre stata legata al castello di Beloeil. Joseph-Charles De Ligne scrisse un’opera integralmente su Beloeil che dedicò a Jacques Delille, poeta neoclassico autore di Les jardins ou l’art d’embellir les paysages. E così  in Coup d’oeil sur Beloeil, il Principe esordisce:
Ô vous que je vois peu, mais que je lis souvent,
De l’art touchant des vers le plus bel ornament,
Apôtre de Cérès, archidiacre de Flore,
Coup d’oeil sur Beloeil, Prince De Ligne, Prefazione

Il libro della settimana - Come una macchia sulla neve, Felix Adado


E’ un onore per la nostra Redazione presentarvi questa settimana la nuova raccolta di poesie di Felix Adado, Come una macchia sulla neve pubblicato da deComporre Edizioni. Domenica 26 maggio 2013 nella Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, sotto lo sguardo benevolo del Pastore Davide Malaguarnera, Felix leggeva alcuni suoi versi. Le letture inserite in una cornice musicale eclettica (concerto di chitarra degli Allievi del Maestro Luigi Colozzo, jambé e canti togolesi), hanno rivelato la bellezza della diversità ma hanno messo anche in luce la sofferenza e il valore del sacrificio. Felix Adado, mediatore culturale che lavora con i più piccoli sul tema dell’integrazione, lascia esplodere nei suoi versi tutte le sfaccettature della storia di un immigrato, dalle difficoltà linguistiche (risolte con enorme successo) fino al sentimento del nulla di fronte all’immensità del mondo
Il poeta ha gentilmente concesso un’intervista a seguito della commovente presentazione letteraria. Ecco per voi:
-          Felix, in tempi di crisi globale, tempi in cui la poesia sembra anche essa in crisi, perché scegli proprio questa antica arte per mandare messaggi?
Uso la poesia per colpire e poi perché nessuno si aspetta una scelta di questo tipo.
-          Pensi che la poesia viva un periodo di declino più o meno simile a quanto avvenuto nel 18esimo secolo in Francia?
Probabilmente, ma riusciremo a farla risorgere.
-          Ti senti comunque Togolese? Cosa porti dal tuo paese di origini?
Io in realtà mi sento del Mondo. Dal Togo porto la mia vita. Cercherò di scrivere una raccolta di poesia all’anno per andare a colpire tutti gli Italiani e fare riflettere sulla questione dell’immigrazione.
Un miscuglio interessante quello di Felix che esalta l’arte poetica e dimostra nuovamente che grazie ai versi, il poeta diventa parte del  Mondo e quasi non esiste più  il concetto di nazione. In maniera molto soggettiva, mi viene da dire che la poesia ci permette di raggiungere l’Assoluto, l’Universale e questo pensiero probabilmente giace anche nella mente del poeta Adado che lancia le parole come dadi sui quali appaiono in rilievo le parole chiavi di un’esistenza felice senza confini.
Altamente  consigliato.

Ricetta – Poetico coniglio


Ingredienti:
800 gr di coniglio disossato a pezzetti
Ginepro
Pepe rosa
Vino bianco q.b.
Sale q.b.
1 scalogno
Olio extra vergine di oliva q.b.
Farina di mais
50 gr di mandorle a fette
Fiori (pensée)
Essenza di fiori d’arancio
Zucchero q.b.
Procedimento:
Lasciare marinare circa un’ora il coniglio nel vino bianco con pepe rosa, sale e ginepro. Tagliare a fette lo scalogno e fare rosolare in padella con un cucchiaio di olio. Aggiungervi il coniglio e lasciare rosolare per fare prendere colore alla carne. Pestare le mandorle nella farina di mais con poco sale. Infarinarvi il coniglio e tenere da parte lo scalogno rosolato. Mettere il coniglio in forno e ultimare la cottura in circa 15 minuti a 180°. In un tegame, mettere due cucchiai di zucchero, un poco di acqua e qualche goccia di essenza di fiori d’arancio. Quando lo zucchero sarà sciolto, inzupparvi i fiori. Tirarli fuori e adagiarli su un lato di un piatto da portata su un letto di farina di mais e mandorle. Al centro del piatto sarà adagiato qualche pezzo di coniglio, sul lato opposto porre un poco di scalogno. Servire con un vino rosé. 


Punto di geografia: Beloeil


Sul territorio della provincia di Hainaut, in Belgio, si trova il castello di Beloeil, appartenuto nei secoli alla celebre famiglia De Ligne. I De Ligne ricevettero il castello e tutte le terre intorno dalla famiglia di Condé, secondo un antico documento, nel 1394. Il castello subì nel tempo diverse variazioni che testimoniavano l’attività dei suoi abitanti: fortezza di difesa con le sue imponenti torri è successivamente diventato un luogo di relax. I suoi giardini meravigliosi furono allestiti tra il 1515 e il 1780. Di grande impatto è il giardino francese. Oggi, il castello è un museo d’arte e biblioteca che vanta più di 20.000 stampati dal XVI secolo a oggi . Per visitare Beloeil: www.chateaudebeloeil.com.


Corsi di Francese