venerdì 13 settembre 2013

Storia della fotografia: come nasce il dagherrotipo



Come nasce la fotografia ? Perché la necessita di fotografare qualcosa e fare sì che un’immagine diffonda nel tempo e nello spazio un ricordo intatto? L’origine della fotografia risale all’idea del ritratto. Nei secoli prima della seconda meta dell’Ottocento, il ritratto di personaggi famosi era importante per lasciare alla posterità un ricordo visivo di un potenziale eroe o rivoluzionario o semplicemente di un re o di una regina. Il ritratto eseguito da un pittore famoso per l’epoca acquisiva con il passare del tempo ancora più valore e molte di queste realizzazioni occupano oggi intere sale di tutti i musei del pianeta. L’esigenza della rappresentazione fedele della realtà trova una svolta quando un certo Daguerre sperimenta quello che appunto si chiama dagherrotipo.
La dagherrotipia è il procedimento inventato da Daguerre che prevede di fissare su una lastra metallica, di rame per l’esattezza,  un’immagine. L’idea è naturalmente stravolgente e nel 1839 il primo dagherrotipo è realizzato. Siamo ancora forse lontani dall’idea che abbiamo oggi della fotografia. Per noi un scatto dura appunto, il tempo di uno scatto per ottenere un dagherrotipo, il tempo di esposizione variava da venti a quarantacinque minuti. I tempi di esposizione furono ridotti soltanto quando, nel 1840, fu creato un nuovo tipo di obiettivo che permetteva l’entrata di più luce per lo scatto. La macchina fotografica dell’epoca era in principio composta da una scatola di legno, con una fessura alla fine che permetteva l’introduzione della lastra e di un obiettivo.
Il dagherrotipo fu subito apprezzato e molti personaggi famosi lo preferirono al semplice ritratto. Così, questo successo incoraggiò gli sviluppi futuri che ci portarono ai nostri giorni alla fotografia digitale.  

Editoriale



Cari Lettori,
Finalmente, ci siamo. Manca una settimana allo spettacolo teatrale messo in scena dalla nostra compagnia teatrale I Sassolini della Fenice. Vi ricordate, lo scorso giugno, avevamo iniziato un laboratorio teatrale estivo gratuito. All’onore, Hergé e Saint-Exupéry. Ebbene, siamo alle ultime battute, all’ombra e al fresco nell’Oratorio Don Bosco, i giovani attori finisco di prepararsi. Il Piccolo Principe, tra i più giovani della troupe, ha indossato il suo mantello, mentre il Capitano Haddock e Tintin hanno messo mano sulle misteriose pergamene della Licorne. Non mancate, lo spettacolo si svolgerà sul palco dell’Oratorio Don Bosco, in via Giovanni Bosco il 1 settembre 2013 alle ore 17.00. A chiusura dello spettacolo, un delizioso buffet. Il Biglietto è a offerta libera poiché il ricavato verrà devoluto all’Oratorio che necessita seri lavori di ristrutturazione. Vi aspettiamo numerosi!

Esperienza teatro: i nostri attori

Tra i più piccoli attori che hanno deciso di aderire all’iniziativa teatrale, ci sono Gaia, Davide, Matteo, Simone, Lorenza, Elena, Arianna e Naomi. Ognuno di loro interpreta un personaggio della storia messa in scena con grande stile. Lo spettacolo si apre con Lorenzo, aviatore esperto che si è schiantato nel deserto.  Indaffarato nell’aggiustare il motore del suo aereo, l’avviatore è allora disturbato da un ometto che gli chiede un disegno, è Matteo, il Piccolo Principe. Matteo racconta allora all’aviatore che gli pone tante domande tutta la sua storia, iniziata a causa del suo amore per la sua rosa.  Il Piccolo Principe lascia il suo pianeta per intraprendere un lungo viaggio. Incontra durante il suo viaggio interstellare e terrestre diverse persone, per esempio una mercante, la piccola Gaia che vende pillole per alleviare la sete. Il Piccolo Principe – Matteo fa la conoscenza del controllore, Simone, che smista i viaggiatori per tutte le direzioni, senza una meta precisa. Davide è l’eco della montagna dalla quale il Principe osserva la Terra e instancabilmente ripete ciò che chiede il Piccolo Principe. Lorenza con Elena, sono delle lampionaie un poco magiche che accendono e spengono le luci decidendo così quando è ora del tramonto o dell’alba. Arianna, Elena, Naomi e Roberta sono le bellissime rose che lasciano a Matteo capire che la sua rosa, Clara, che vive sul suo pianeta non è l’unica rosa al mondo. Il Piccolo Principe triste e deluso incontra la volpe, Alessandro, che gli insegna il valore dell’amicizia e gli ricorda che solo con il cuore si riesce a vedere bene e non con gli occhi. La fine non ve la raccontiamo, ma vi invitiamo domenica 1 settembre 2013 alle ore 17.00 all’oratorio Don Bosco, in via Giovanni Bosco.

Il teatro dell’assurdo



Durante il Novecento, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale, il teatro si fa anche esso carico delle riflessioni filosofiche del tempo. Nasce in Europa un nuovo modo di fare teatro lasciando emergere così quello che oggi è chiamato teatro dell’assurdo traducendo il critico Martin Esslin che nel 1961 aveva definito questa forma The Theatre of Absurd, appunto. Il fulcro dell’attenzione degli autori delle opere appartenenti a questo genere è riportata sull’assurdità dell’esistenza stessa. Le riflessioni in tal senso prendono spunto da quanto esplicitato da Sartre e Camus durante i decenni precedenti gli anni Sessanta. Samuel Beckett è probabilmente l’autore che meglio rappresenta questo interessante  movimento teatrale. Scrittore per la rivista di Sartre, è l’autore di Aspettando Godot  e scriveva sia in francese sia in inglese. La sua opera teatrale più famosa fu redatta in francese. Messa in scena nel 1953 e rappresentata a Parigi al Théâtre de Babylone, En attendant Godot ha sempre goduto di ampio successo. La trama, o meglio la non trama, narra di due strani personaggi che aspettano un certo Godot. La loro attesa è costellata da dialoghi insensati attraverso i quali i due protagonisti lasciano intendere la mancanza di senso dell’esistenza stessa.

Il teatro in Grecia e la teoria di catarsi



Nella Grecia Antica il teatro non era solamente un  mezzo di espressione artistica. Il teatro in realtà assolveva a una funzione sociale di alta importanza. Per i Greci, il teatro serviva a mettere in scena le pulsioni  anche più negative grazie alla forma teatrale per eccellenza: la tragedia. Gli spettatori, dopo aver assistito allo spettacolo avrebbero in qualche modo evacuato le loro tensioni dopo le evocazioni di scene violente per esempio o passionali. Questa teoria, messa a punto da Aristotele prende il nome di catarsi ovvero purificazione. Era ovviamente la tragedia la forma prediletta per questa specie di purificazione di massa. E fu proprio di questa che Aristotele dettò le regole nella sua Arte Poetica. La tragedia greca era scritta in versi e le regole istituite da Aristotele erano sostanzialmente tre: l’unità di tempo, l’unità di luogo e l’unità di azione. Per meglio dire, la tragedia doveva occuparsi di un argomento, un episodio che si realizzasse in ventiquattro ore, in un solo luogo. Queste regole risalente al quarto secolo a.c. furono tramandate perfino nel teatro francese del Seicento, con Racine e Corneille. Queste regole contribuirono a accentuare l’aspetto tragico della vicenda narrata perché non permettevano l’introduzione di altri elementi del tutto estranei a quanto descritto nei versi. Obbligavano lo spettatore a concentrarsi soltanto su un argomento declinato in tutti i suoi aspetti, anche quelli più difficili e funesti.

Kabuki, No e Bunraku: l’altra messa in scena



Il teatro non è una forma di espressione esclusivamente occidentale e benché risponda a criteri di messa in scena e di realizzazione diversi esiste anche in oriente da tempi. Per esempio in Giappone, le forme di teatro sono quelle del Kabuki, del No e del Bunraku. Ognuna di queste forme presenta delle caratteristiche diverse. Esiste come in Occidente una distinzione tra farsa, dramma e tragedia. Il Kabuki è nato nel XVI secolo. All’inizio interpretate da sole donne, le opere furono successivamente messe in scena  e interpretate da soli uomini. Il kabuki è una forma teatrale che rappresentava vicende drammatiche accadute realmente tra persone di ceto borghese. Il kabuki inizialmente riprendeva alcune strutture del teatro di marionette, il Bunraku. Questo tipo di teatro metteva in scena delle marionette altissime mosse da almeno tre persone. Il No è invece una forma teatrale antica, ancora in uso oggi, che esprime al meglio la ricerca della raffinatezza e della bellezza da parte dell’autore. Il palcoscenico relativamente spoglio del No era allestito in questo modo: sul fondo, un pino dipinto su un pannello, uno spazio scenico chiuso anche da un tetto. Questo perché il teatro appariva come una forma di comunicazione con le divinità. C’era anche un ponte; serviva a collegare il mondo divino, con il mondo reale, quello del pubblico. Dal punto di vista del testo, se in Europa si è soliti sentire e apprezzare i soliloqui, questi non sono affatto all’ordine del giorno nel teatro giapponese originario del Seicento.