venerdì 1 novembre 2013

I celti della Gallia prima dell’invasione romana


 
I primi abitanti storicamente conosciuti della Gallia furono i Celti che, provenienti probabilmente dall’Europa centrale, nel corso del I millennio a.C. vi compirono una serie di infiltrazioni e di limitate conquiste. Gli invasori costituivano una minoranza rispetto alle popolazioni preistoriche stabilitesi in precedenza, alle quali apportarono, prima di fondersi con esse, la lingua (il cosiddetto “gallico”) e varie innovazioni tra cui l’uso del ferro.
Al popolo che risultò da questa mescolanza deve attribuirsi il nome di “Gallo”, il quale rimase per lungo tempo nomade, preferendo l’allevamento del bestiame all’agricoltura, ma grazie all’apporto dell’Oriente ellenico a poco a poco progredirono, favoriti dalla ricchezza del suolo e dalla facilità degli scambi.
Tra il VI secolo e il I a.C., prima della conquista romana (58-51 a.C.), i celti gallici ebbero la loro massima espansione che raggiunse il suo culmine con la conquista di Massalia (l’attuale Marsiglia).
In questo periodo, perduto il loro primitivo istinto migratorio, proprio dei celti, i Galli apparivano eccellenti agricoltori, sviluppando tecniche agricole come l’aratro a ruote e perfezionarono alcune tecniche come quelle dello smalto. I loro artigiani, cui i Romani in seguito attribuirono l’invenzione della botte, erano assai stimati per le loro abilità come carradori e fabbri.
L’organizzazione politica era il punto debole del popolo gallico che restò sempre diviso in gruppi etnico-politici di assai diversa importanza e di cui i più piccoli erano spesso soggetti ai più grandi.
Ogni comunità era divisa in consorterie di nobili che spesso cercavano l’appoggio dello straniero, cosicché la Gallia dilaniata da queste lotte interne divenne facile preda di conquista dell’Impero Romano.
Tuttavia, anche prima dell’invasione romana, non mancava un sentimento nazionale gallico, creato e alimentato dall’organizzazione religiosa dei Druidi classe sacerdotale di sapienti, considerati come una sorta di intermediari tra l’uomo e la divinità e depositari della tradizione non solo religiosa, ma anche letteraria, storica e giuridica. Esercitavano la magia e la divinazione, istruendo i giovani ad una dottrina originale, per nulla legata alle religioni orientali, in cui l’anima veniva considerata immortale e alla morte del corpo cambiava solo l’involucro.                 



Harry Potter e il Signore degli Anelli: reminiscenze celtiche



Che Harry Potter e Il Signor degli anelli fossero carichi di simboli, non ci voleva nulla per scoprirlo. Gli autori di entrambi i cicli sono necessariamente eruditi e curiosi che hanno saputo con arte mescolare conoscenza, mistero e intrigo. Innegabile resta il fatto che molti componenti del fattore mistero siano tratti dalla mitologia celtica o comunque dal mondo celtico. È il caso per esempio dei diversi richiami alle foreste nel Signore degli Anelli e l’attenzione particolare rivolta ad alcune piante come ad esempio l’edera. La simbologia di questa pianta a foglie sempre verdi è piuttosto folta. Per i popoli del Mediterraneo, l’edera è il simbolo della fedeltà poiché non muore e vive  attaccato alla roccia o all’albero sul quale cresce. L’edera era anche, nella mitologia greca, legata per vicende divine al dio Dionisio. Nel mondo celtico, invece, l’edera, come qualunque albero è simbolo di vita, di legame tra tre mondi: il cielo, il centro della terra e la terra. In Harry Potter invece, la Rowlling evoca un altro albero importante per la mitologia celtica: il salice. Questo ultimo è sempre stato associato alla morte nella mitologia. In Harry Potter, si legge che il salice, di carattere iracondo, si trova all’ingresso della foresta proibita e in episodio in particolare, butta lontano Harry e Ron malcapitati tra i suoi rami. Poiché la morte è un elemento tematico onnipresente nell’opera della Rowling, si potrebbe pensare che il ruolo del salice, guardiano della morte, in quell’episodio fosse stato quello di allontanare i due sventurati amici dalla morte, rimandandoli al loro compito.
La lettura di entrambe queste opere con la ricerca di elementi celtici potrebbe essere una nuova chiave di analisi letteraria che permetterebbe di creare un legame fra le storie e rispettivi eroi. Una tale analisi potrebbe anche avviare la ricategorizzazione dei romanzi all’interno di un genere diverso da quello solitamente attribuito.


Harry Potter e il Signore degli Anelli: reminiscenze celtiche
Che Harry Potter e Il Signor degli anelli fossero carichi di simboli, non ci voleva nulla per scoprirlo. Gli autori di entrambi i cicli sono necessariamente eruditi e curiosi che hanno saputo con arte mescolare conoscenza, mistero e intrigo. Innegabile resta il fatto che molti componenti del fattore mistero siano tratti dalla mitologia celtica o comunque dal mondo celtico. È il caso per esempio dei diversi richiami alle foreste nel Signore degli Anelli e l’attenzione particolare rivolta ad alcune piante come ad esempio l’edera. La simbologia di questa pianta a foglie sempre verdi è piuttosto folta. Per i popoli del Mediterraneo, l’edera è il simbolo della fedeltà poiché non muore e vive  attaccato alla roccia o all’albero sul quale cresce. L’edera era anche, nella mitologia greca, legata per vicende divine al dio Dionisio. Nel mondo celtico, invece, l’edera, come qualunque albero è simbolo di vita, di legame tra tre mondi: il cielo, il centro della terra e la terra. In Harry Potter invece, la Rowlling evoca un altro albero importante per la mitologia celtica: il salice. Questo ultimo è sempre stato associato alla morte nella mitologia. In Harry Potter, si legge che il salice, di carattere iracondo, si trova all’ingresso della foresta proibita e in episodio in particolare, butta lontano Harry e Ron malcapitati tra i suoi rami. Poiché la morte è un elemento tematico onnipresente nell’opera della Rowling, si potrebbe pensare che il ruolo del salice, guardiano della morte, in quell’episodio fosse stato quello di allontanare i due sventurati amici dalla morte, rimandandoli al loro compito.
La lettura di entrambe queste opere con la ricerca di elementi celtici potrebbe essere una nuova chiave di analisi letteraria che permetterebbe di creare un legame fra le storie e rispettivi eroi. Una tale analisi potrebbe anche avviare la ricategorizzazione dei romanzi all’interno di un genere diverso da quello solitamente attribuito.

La scrittura runica: misteri e segreti



Le antiche rune sono un alfabeto utilizzato dai popoli germanici prima delle invasioni romane in alcune parti del nord Europa. Non si sa se questo alfabeto è stato rimodellato su quello importato dai Fenici e dal quale è stato creato l’alfabeto latino o se è stato creato invece prendendo come modello l’alfabeto etrusco. La parola runa potrebbe avere un’etimologia che ha che fare con il sussurrare; un’idea di mistero legata al fatto che poche persone potevano leggere e scrivere in epoca precristiana. Sarebbero state quindi i popoli stessi a conferire, per via della loro ammirazione o soggezione nei confronti di chi sapeva leggere, questo alone di mistero intorno alla sacra scrittura runica.  La parola runica potrebbe avere la stessa etimologia della parola amico o sposa proprio perché si tratta delle persona con le quali ci si confida, si sussurrano i segreti.
Gli studiosi dell’alfabeto chiamato anche alfabeto futhark per le sei lettere iniziali hanno osservato che esso condivide delle caratteristiche comuni alle lingue semitiche antiche. Una fra le altre, osservando le tre sequenze di otto rune, è il fatto che ogni lettera è una lettera ma anche un ideogramma. Questa caratteristica apre le porte a numerosi dibattiti su origini comuni di alcune lingue e sull’origine del linguaggio stesso.

Halloween: zucche alla deriva


Halloween, la notte magica per eccellenza, è stata ormai assurta a simbolo per tutti gli appassionati di horror e unica occasione in cui anche chi non ama il genere, è ben felice di piazzarsi una maschera mostruosa in faccia, pur di poter partecipare a un party.
Si tratta di una festa che prende sempre più piede anche in Italia, con sommo smacco di quanti non ne vorrebbero nemmeno sentir parlare credendo sia importata dagli Stati Uniti d'America.
A ben vedere Halloween non ha origini americane, ma è prettamente una festa europea. La tradizione di festeggiare la vigilia di Ognissanti (in inglese All Hallows' Eve Day, che è stato poi contratto in Halloween) ha infatti origini britanniche, più precisamente celtiche.
Nell’articolo precedente dove abbiamo parlato della Gallia celtica abbiamo avuto modo di descrivere, seppur brevemente, il mondo mistico e magico di alcuni sacerdoti celtici conosciuti con il nome di Druidi.
Proprio dalle loro tradizioni religiose possiamo, infatti, attingere le notizie principali sulla festa di Halloween le cui origini sono da ricercarsi in una delle celebrazioni più antiche ed importanti del popolo celtico: Samhain, ovvero la fine dell'estate, in cui i mortali ringraziavano gli spiriti per i raccolti estivi.
I Celti, infatti, il 31 ottobre celebravano la fine dell'estate e quindi l'inizio del nuovo anno proprio come una sorta di Capodanno. Secondo la loro tradizione i momenti di transizione tra due stagioni avevano grandi poteri magici e Samhain era sicuramente il più importante momento di transizione dell'anno in quanto coincideva con la fine dei raccolti e con lo spostamento del bestiame a valle per prepararsi all'inverno rigido; in più le giornate diventavano più corte e quindi idealmente la luce lasciava più spazio alla tenebra.
I Celti erano convinti che in questo momento magico si potesse verificare una sorta di connessione tra il mondo dei vivi e quello dei defunti e che i defunti potessero tornare nuovamente sulla terra, in questa notte, per cercare di impossessarsi di un corpo. Proprio per questo motivo i sacerdoti dei Celti, i Druidi, nella notte del 31 ottobre e per tutto il 1 novembre onoravano il signore delle tenebre e della morte Samhain con doni, offerte e sacrifici. In tutti i villaggi veniva spento ogni focolare per impedire agli spiriti maligni di soggiornare nelle case mentre gli abitanti, sotto la guida dei Druidi, si recavano sulla cima di una collina per accendere sotto una quercia, un grande fuoco dove bruciare le offerte al Dio.
Terminati i sacrifici, i Celti festeggiavano fino al 2 novembre mascherandosi con le pelli degli animali sacrificati per spaventare gli spiriti. Così mascherati tornavano alle loro case portando con sé delle piccole lanterne ricavate scavando delle rape, dentro alle quali erano conservate le braci del fuoco sacro che servivano per riaccendere il focolare.